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Laureata in lettere classiche ho preso anche una specializzazione in archeologia. Mi vedevo lanciata nello studio della preistoria ma poi la passione per le lettere ha ripreso il sopravvento. Ho aiutato i ragazzi con i compiti, ho fatto la guida ai bambini per spiegare loro il favoloso lavoro dell'archeologo...ma c'era sempre questo fastidioso richiamo alla pagina stampata. Poi ho capito...la mia vita deve essere votata alla lettura e, perché no, anche alla scrittura.

domenica 7 giugno 2020

PRO E CONTRO



 

Elizabeth Buchan – “Il Museo delle promesse infrante”

 

A Parigi, nella zona di Canal Saint-Martin, si può visitare un museo che non contiene tesori d’arte o cimeli storici. Il “Museo delle promesse infrante” raccoglie rimpianti, rancori, ricordi a volte talmente spiacevoli da rovinare un’intera esistenza. Chi ha subito il torto di una promessa non mantenuta spera di disinnescare quel dolore esponendone il simbolo nelle sale del museo. Un modo come un altro di azzerare la vita e ripartire. Laure Carlyle ha selezionato personalmente ogni pezzo esposto nel suo museo per creare una cornice ideale al suo grande dolore: la perdita di un amore. Nel 1986, in una Praga soffocata dal regime comunista, Laure si innamora di Tomas leader musicale degli Anatomie e guida di un gruppo di giovani dissidenti che gestiscono un teatro di marionette. Il regime è opprimente e violento, Laure si sente braccata e subisce più di un sopruso. Dovrà fare determinate scelte per salvarsi la vita. Da lì inizia il calvario di rimpianti e rimorsi che le impedisce di capire la verità su se stessa e su un uomo che ha cercato, nel modo sbagliato, di proteggerla.

 

PERCHÉ LEGGERLO

 

·       È un libro coinvolgente, una storia che cattura l’attenzione. L’inizio è incentrato sul museo ma poi, piano piano, si rivela quello che è davvero l’intento dell’autrice: narrare il passato doloroso di Laure, riportare a galla la promessa infranta da cui poi è nata l’idea stessa del museo.

·       L’esperienza drammatica della protagonista a Praga è descritta in maniera perfetta, a tratti sconvolgente. Leggendo dei pedinamenti, delle violenze subite dai dissidenti, si ha la reale impressione di essere immersi in quei vicoli bui con la consapevolezza di essere osservati. Sempre.

·       Il personaggio di Petr Kobes è ambiguo dall’inizio alla fine. Capire se sia uno dei buoni o uno dei cattivi rappresenta uno dei motivi principali che spingono a proseguire la lettura.

·       Bellissime tutte le parti dedicate alle marionette. Un’antica arte cecoslovacca sconosciuta ai più. Personaggi tradizionali e malinconici come Marenka o il più famoso Pierrot sembrano prendere vita davanti ai nostri occhi. Spezzare i fili che li legano è la più alta forma di ribellione.

·       Bisogna leggere “Il Museo delle promesse infrante” perché è una via di mezzo tra una storia di spionaggio e un romanzo d’amore. Non si può far a meno di scoprire cosa sia successo a Tomas e chi ha tradito chi…

 

“- Essere una donna significa essere la bestia da soma di Dio -.

Laure raddrizzò la schiena. Si aspettava parole di devozione, non iconoclaste.

-Lei è una donna in carriera, e lo sa di sicuro. Io ero una ragazza di campagna che non aveva scelta. Non è mai giunta alla conclusione che, creando la donna, Dio ci abbia giocato uno scherzo tremendo? Lo scherzo di un Dio sadico-”

 

 

PERCHÉ NON LEGGERLO

·       Copertina e titolo possono essere fuorvianti. Il museo non è il protagonista assoluto della storia, è più una scusa per parlare d’altro.

·       Non è un libro leggero o facile come potrebbe sembrare ad un primo, superficiale, sguardo.

·       La maggior parte della storia non è ambientata in epoca contemporanea ma nella Praga del 1986.

·       Ci sono scene abbastanza forti a cui il lettore non è preparato perché, in realtà, si aspetta altro.

·       Se non amate rivivere periodi storici difficili e violenti allora non leggetelo.   

 


sabato 23 maggio 2020

RACCONTO - terza parte

LE ABITUDINI – terza parte

di Valeria Rago

 

 

Nadia si incamminò verso la fermata dell’autobus in uno stato di trance, non vedeva nulla e rischiò di travolgere un cagnolino minuscolo che cercava con calma il posto giusto dove fare i bisogni. Lo sguardo assassino del padrone del cane fu l’unica cosa di cui si accorse. Arrivò a piazza Vittoria senza dare più nemmeno un’occhiata al mare lungo il percorso, aveva nelle orecchie le parole della sua amica e il cuore pesante. Alla fermata non c’era posto per sedersi, stando in piedi con le braccia strette al petto cercò di concentrarsi sugli altri. Una donna con i capelli di un rosso innaturale stava dicendo a qualcuno al telefono che il colloquio era andato male, di nuovo. Due ragazzini si sfidavano a chissà quale gioco con i rispettivi cellulari, gli sguardi furtivi che lanciavano intorno rendevano evidente che non avrebbero dovuto trovarsi lì. Una signora era seduta pesantemente, la borsa nera posata sulle gambe e le braccia sopra di essa, lo sguardo era rivolto diritto davanti a sé, perso in qualche punto della sua vita. Nadia non voleva prendere l’autobus, voleva camminare ma il ritorno a casa sarebbe stato davvero troppo lungo a piedi, così optò per un compromesso e, scesa a piazza Municipio, si avviò di buon passo. Arrivata a piazza Bovio era già in un bagno di sudore, l’aria era non calda ma appiccicosa, sul mare non se ne era resa conto. Lungo il Rettifilo la gente era tanta, chi parlava al telefono, chi guardava le vetrine, chi semplicemente passeggiava, come se a quell'ora del mattino già non avesse uno scopo. Iniziò la salita di via Mezzocannone osservando gli universitari sempre di fretta, probabilmente dovevano seguire corsi in diversi edifici e non avevano tempo da perdere. Beh nemmeno lei ne aveva, doveva studiare, gli esami non erano lontani e mancava ancora un bel po’ prima di potersi definire preparata. Ma Nancy…si fermò di colpo nel mezzo del marciapiede, costringendo quello che sembrava un professore ad una deviazione improvvisa. Nancy aveva sbagliato, punto. Non doveva essere così cattiva, avrebbe dovuto capire la situazione ed appoggiarla. Nadia sapeva che quella del progetto in America era un’occasione, ma non se la sentiva, non se la sentiva proprio. Questa decisione non era stata nemmeno frutto di lunghe discussioni con i genitori, di riflessioni approfondite, conflitti interiori e valutazioni dei pro e dei contro, assolutamente no. Il professore un giorno l’aveva convocata nel suo studio, le aveva presentato la proposta e concesso qualche giorno per pensarci. Dopo due ore Nadia era di nuovo da lui con un netto rifiuto e i sentiti ringraziamenti per aver pensato a lei. Semplicissimo, nessun dubbio, nessun ripensamento. Una musica dolcissima la ridestò dai suoi pensieri: era arrivata a piazza San Domenico Maggiore dove il solito violinista di strada allietava i passanti con la sua bravura. Un’amica studentessa di lettere le aveva raccontato di quanto fosse meraviglioso trovarsi a studiare nella biblioteca universitaria che affacciava proprio sulla piazza, il silenzio della biblioteca interrotto solo da quel suono che filtrava dalle finestre, sembrava di essere in una fiaba. Nadia non stentava a crederlo, anche lei era ferma lì ad ascoltare, la gente le passava vicinissimo sfiorandola ma lei non se ne accorgeva. Fu tentata di camminare verso Piazza Del Gesù, perdersi tra la folla per poter riflettere, ma l’esigenza dello studio la riportò alla realtà, spingendola ad iniziare di nuovo a salire verso il Policlinico. Nancy non poteva capire, aveva due fratelli e genitori piuttosto giovani, non conosceva il peso di dover pensare da sola ad una madre e ad un padre di una certa età che magari da soli sarebbero andati in depressione. No, era impossibile, aveva fatto benissimo a non informarli nemmeno. Aveva evitato discussioni inutili e bugie, perché loro di sicuro avrebbero mentito per spingerla ad andare, assicurandole che se la sarebbero cavata. E poi non voleva lasciare la sua città, allontanarsi dagli amici di una vita…le belle serate a guardare film insieme o in giro per locali. Gli amici erano fondamentali per lei, come avrebbe fatto senza? E poi dov'era la tragedia? Anche se dopo la laurea avesse preso le redini del negozio paterno sarebbe stato comunque un lavoro no? Non era esattamente la sua passione, questo era vero, ma la sua vita sarebbe stata bella, proprio come se l’era sempre immaginata. Nancy, prima o poi, avrebbe accettato e capito, doveva capire. Ancora musica, questa volta veniva dal conservatorio, c’era anche una voce, un soprano forse, che si esercitava. Salì i gradini verso piazza Bellini con il sorriso sulle labbra, adorava quella piazza. Le era sempre sembrato un luogo quasi parigino, in cui artisti e letterati potevano incontrarsi per prendere un caffè. Immaginava le dotte conversazioni che si sarebbero tenute ai tavolini dei bar ed aveva sempre pensato che quello sarebbe stato il posto ideale per riunire i pittori e far esporre le loro opere. La vedeva così, e le veniva sempre da ridere al pensiero che i pittori lei se li immaginava tutti più o meno simili: gilet, basco in testa e macchie di colore sparse qua e là. Si era lasciata un po’ troppo influenzare dai film e dai libri. Mentre saliva ancora si sentiva serena, in pace con sé stessa e anche le parole di Nancy le apparivano meno gravi. Arrivata davanti al portone di casa non aveva più dubbi, il futuro sarebbe stato come l’aveva pianificato, Nancy l’avrebbe perdonata ed avrebbero continuato serenamente la loro amicizia, senza che nulla potesse modificare il corso degli eventi.

Il mare quel giorno era incredibilmente piatto, una tavola. Il sole del pomeriggio era caldo ma piacevole, tutta la giornata era stata splendida. Nancy osservava da lontano Castel dell’Ovo, il gigante buono che si adagiava leggero sulle acque. Non sembrava un luogo reale. Via Caracciolo era abbastanza viva, molti avevano approfittato del clima piacevole e si erano riversati in strada. Bambini in bici, cani a spasso, turisti che facevano foto, due innamorati che si baciavano poco più in là appoggiati al muretto. Wow, quante vite tutte insieme, si trovò a pensare Nancy. Tutti condividiamo gli stessi spazi e li riempiamo con le nostre storie, senza mai incontrarci veramente però. Era bello osservare, ormai non faceva minimamente caso agli sguardi rivolti verso di lei: una sedia a rotelle ha sempre la capacità di attirare l’attenzione. Aveva poco tempo, sperava che Nadia si sbrigasse. Proprio in quel momento una mano le si posò su una spalla e l’amica apparve trafelata, prese posto sullo stesso punto del muretto, quello di sempre. Nancy sentì un tuffo al cuore. Non ne avevano parlato più dell’America, si erano più o meno riappacificate ma la verità era che Nancy avrebbe dovuto dirle una cosa e non l’aveva ancora fatto, non sarebbe stato piacevole. «Allora come va lo studio?», chiese per iniziare a parlare. Nadia scoppiò a ridere, «Oddio uno strazio, sono distratta e non mi piace quello che devo studiare. A volte i docenti proprio non si rendono conto di quanto possano essere pedanti, alcune cose sono superflue. Appena avrò dato questo cavolo di esame io e te andiamo a festeggiare nel nostro solito locale, è davvero troppo che manchiamo da lì!». Ecco, le abitudini, Nancy sapeva che per l’amica quella sarebbe stata la cosa più difficile: modificare, anche se non per sempre, la propria quotidianità. Per Nadia non era assolutamente così, anche lei amava i loro rituali, ma non avrebbe esitato un attimo a modificarli per affrontare nuove sfide, in effetti era quello che aveva appena fatto e non poteva più rimandare il momento in cui avrebbe informato Nadia. «Senti Nadia, c’è una cosa che ti devo dire e non posso più rimandare. Ho già sbagliato a far passare tutte queste settimane. È arrivato il momento». Guardandola sempre negli occhi, disse: «Io martedì prossimo parto. Mi hanno offerto un corso di perfezionamento retribuito a Parigi, sai quanto amo la Francia…e poi era un’occasione straordinaria che non potevo rifiutare. Non volevo rifiutare. Sono emozionata e contenta, e anche terrorizzata. Ma non vedo l’ora di partire. Durerà poco più di dieci mesi e poi sarò di nuovo qui a romperti le scatole con i miei giudizi taglienti, di cui comunque mi scuso in ritardo. Non avrei dovuto». Era preoccupante l’espressione con cui Nadia la osservava, quella di chi si è appena reso conto di aver dimenticato di fare una cosa importante e ormai non può più rimediare. Sembrava che Nancy non fosse più lì ed era una sensazione spiacevole. Il silenzio si prolungava e così la ragazza sulla sedia a rotelle cercò di stemperare: «E dai non fare quella faccia, sembra che tu abbia appena mangiato qualcosa di disgustoso, hai la bocca contratta e sembri non guardarmi sul serio. Dì qualcosa almeno. Fammi gli auguri o le congratulazioni, dimmi che sei contenta per me!». Come se Nancy non avesse parlato, Nadia aprì bocca: «Te ne vai a Parigi?»; «Si, è così»; «Su una sedia a rotelle?». Nancy avvertì le prime avvisaglie della rabbia, ma la tenne a bada. «Si, su una sedia a rotelle»; «E come fai?». In maniera didattica la ragazza le spiegò che inizialmente l’avrebbe accompagnata il fratello per aiutarla ad ambientarsi, avrebbe avuto comunque assistenza continua e poi sarebbe subentrato l’altro fratello. «Figurati poi se mamma e papà non vengono a Parigi. Avrò sempre chi mi aiuterà, potrai farlo anche tu se vorrai venire a trovarmi». «I francesi sono snob e arroganti»; «Sono luoghi comuni Nadia, e lo sai. E poi è Parigi»; «La Tour Eiffel, il Louvre, non è che mi entusiasmino. Poi lo sai che devo studiare»; «Per dieci mesi di seguito?»; «Ogni tre mesi ci sono esami e, nel frattempo, bisogna prepararsi». Nancy non aveva molti argomenti, il muro era stato eretto e non si sarebbe sgretolato, non per il momento. «Quindi non verrai?»; «No, non verrò»; «Ma sei contenta per me?». Nadia si voltò a guardare il mare, ora il cielo era leggermente più scuro, la sera stava arrivando. Aveva la mente sgombra, e una sensazione di vuoto, giù nello stomaco. Sentiva solo un campanellino d’allarme, da qualche parte dentro di lei. Era la paura, una paura con la quale avrebbe convissuto per un po’. Dieci mesi passano, ma se a Nancy Parigi fosse piaciuta? E se si fosse resa conto che, su una sedia a rotelle, era più semplice vivere lì che a Napoli? «Si, sono contenta per te», lo disse in una maniera talmente meccanica che Nancy non si lasciò ingannare. «Ok, va bene. Ora io devo andare, è arrivato mio padre e ho ancora un po’ di cose da fare e da organizzare. Ci vedremo prima che io parta?». Nadia rispose a mezza voce: «Non voglio disturbare i tuoi preparativi, magari ci sentiamo per telefono». Questa volta Nancy non iniziò a correre, andò via lentamente sapendo di aver dato un dolore all'amica, ma questo non poteva fermarla. Ricacciò una lacrima e si diresse verso suo padre. Nadia rimase lì, con il suo vuoto nello stomaco, pensando alle abitudini, alla sua vita e al mare. Avrebbe voluto annegare le sue solitudini in quelle acque, ma sapeva che il mare, subdolo, le avrebbe riportate a galla. Scese dal muretto ed iniziò lentamente il percorso per tornare a casa, cercando di ignorare il fatto che intorno a lei l’aria, i profumi, le voci, tutto sembrava cambiato.  

 


domenica 17 maggio 2020

RACCONTO - SECONDA PARTE


LE ABITUDINI

di Valeria Rago


Nadia sorrise e, quando finalmente si volse verso l’amica, non c’era gioia nel suo sguardo, sembrava appagata, come se sapesse perfettamente che le cose dovevano andare così, come se fosse giusto. Quando parlò guardò di nuovo l’orizzonte, sembrava una maestrina che spiega un concetto ad uno stupido, quasi a dire “ok, io te lo spiego ma tu non capirai a pieno”. «Ma mi ci vedi in America? Lì è tutto così grande, proteso al futuro. Avrei avuto problemi già solo con la lingua, in inglese sono una capra e negli States si parla in maniera totalmente diversa rispetto a quel poco che abbiamo studiato a scuola. Oddio vivere all'americana», lo disse ridendo sonoramente, senza allegria; «mangiare uova a colazione, andare al McDonald’s e mangiare sempre e solo carne. Le feste, i barbecue. Vivere in uno di quei palazzi orribili o dividere un minuscolo appartamento con altre dieci ragazze. No, non credo. La mia vita è qui, lo sai». Nancy faceva fatica anche solo a guardarla, e così si rivolse al Castel dell’Ovo, chiedendo aiuto alle sue misteriose leggende, per aprirle la mente e farle capire di che diavolo stesse parlando Nadia. «Queste sono solo scuse, anche banali se vogliamo, e lo sai. Ma di che parli? Tu sei sempre tu, vai in America ma non vuol dire che devi dimenticare cosa ti piace e cosa no. Oddio non sei più una bambina, se non vuoi la carne non la mangi, se vuoi farti capire ti fai capire. Se non vuoi guardare al futuro allora concentrati sul presente. La vita non è esattamente una passeggiata Nadia, ma non puoi ostinarti a semplificare sempre ogni cosa. Quindi spero che tu abbia una spiegazione migliore. O una scusa migliore, o…insomma qualcosa di meglio! Un perché che non mi faccia arrabbiare, che non mi faccia sentire come mi sento adesso». Nadia e Nancy si guardarono negli occhi, a quel punto Nadia era quasi sorpresa, forse non si aspettava di perdere l’appoggio, non stavolta. «Perché come ti senti?», chiese circospetta. Nancy ci pensò su, non voleva dire cose che rovinassero tutto, però quello che le diceva il cervello doveva pur esprimersi. «Delusa. O forse più scioccata, invidiosa anche e…arrabbiata. Il destino è una linea fluttuante Nadia, ora sembra a tuo favore ma domani…non lo so. Per esperienza ti dico che una seconda opportunità non sempre arriva e comunque non sono proprio sicura che te la meriteresti». Ora era a disagio, così guardò di nuovo il mare. Nadia sgranò gli occhi, aprì tre o quattro volte la bocca ma non uscì alcun suono, esprimersi è difficile quando senti che gli argomenti non sono a tuo favore. «Ma io non la voglio un’altra occasione. Dai Nancy ci conosciamo…beh da sempre direi. Non dico che tu debba capirmi per forza però non dovresti essere così acida. La mia vita è a Napoli. Qui c’è tutto quello che voglio, gli amici, la famiglia, l’università. Perché dovrei andar via per poi vivere peggio di come vivo adesso? Spiegamelo. Ma perché devo lasciare il mio paese. No non voglio, perdonami se non fuggo via, io resto e combatto. Tanti hanno lasciato, io voglio restare qui e vedere che succede. Magari do una mano a rendere migliore la mia città, chissà. Di certo non la mollo!». Nancy avrebbe voluto scattare in piedi e urlarle contro, sarebbe stata una bella scena: «E come vuoi aiutare, sentiamo. Lo sappiamo tutte e due come finirà, ti laureerai con il massimo dei voti, probabilmente, e poi? Poi te lo dico io, metterai il tuo bel titolo in cornice e andrai a lavorare nel negozio di tuo padre. Un ingegnere che vende souvenir ai turisti, splendido. Non hai pensato che forse saresti molto più di aiuto se tornassi dall'America armata dei tuoi studi e delle tue nuove conoscenze? Non hai immaginato un futuro in cui tu, brillante laureata, dai lavoro ad altri o semplicemente li aiuti nei loro studi? Oh Dio, che spreco!». Il mare sembrava un po’ più increspato. Erano ormai parecchie le persone che facevano jogging, perse nel loro mondo di musica e battiti cardiaci. Nancy non li invidiava neanche più, tanto non faceva sport nemmeno prima. «Tu non capisci», Nadia aveva recuperato un tanto di distacco, «io non voglio deludere i miei. Sono figlia unica e il negozio di papà va bene, lui lo adora e sarebbe la sua gioia più grande vedermi prendere il suo posto. E poi cosa farebbero lui e la mamma soli per ben due anni, lo sai che non sono giovani come i tuoi genitori e hanno bisogno di un piccolo aiuto ogni tanto. Insomma non me la sento. Bisogna accettare i propri obblighi e i propri limiti». Nancy fu sul punto di scappare, invece strinse i denti e disse in un fiato: «Io sono su una sedia a rotelle da più di dieci anni, non venirmi a parlare di limiti». A quel punto a Nadia vennero meno le parole. Perché in realtà era proprio così e a volte lei lo dimenticava. Tredici anni prima di quella conversazione uno stupido incidente d’auto aveva tolto a Nancy la possibilità di camminare, per sempre. E quel per sempre aveva gettato Nadia nella tristezza più profonda, terrorizzata all'idea che ogni cosa sarebbe cambiata in maniera irreparabile. Lei e la sua amica avevano delle abitudini, dei rituali a cui lei teneva moltissimo: i tuffi dagli scogli, le corse in bicicletta nel viale davanti casa, rannicchiarsi nel loro nascondiglio segreto per parlare di quello che gli adulti non potevano capire. Tutto un mondo era scomparso dopo l’incidente e Nadia non aveva trovato la forza di reagire, così Nancy l’aveva fatto anche per lei. La verità era che le due ragazze avevano in comune solo l’iniziale del nome e la testarda convinzione che l’altra fosse la propria amica del cuore. Nient’altro, due opposti sempre insieme, sempre a sorreggersi…ma il sostegno finiva per essere sempre lo stesso, sempre lei, mentre Nadia sbandava continuamente. Quando l’aveva vista per la prima volta sulla sua sedia non aveva potuto fare a meno di piangere, mentre Nancy le sorrideva dolce e determinata. Avevano parlato del futuro, delle nuove prospettive e Nancy sembrava essere nel mezzo di una ristrutturazione, stava ristrutturando i suoi sogni e le sue aspirazioni. Nadia aveva visto i lavori in corso ed aveva tenuto a bada la paura, magari i cambiamenti sarebbero stati gestibili. Ed ora eccola lì, Nancy, incavolata perché la sua migliore amica rifiutava per l’ennesima volta il cambiamento. «Ma tu senza di me sapresti stare?», Nadia lo chiese con un tono quasi canzonatorio, dietro al quale era facile leggere la necessità di una risposta negativa. Nancy non riusciva a credere alle sue orecchie: «Non mettermi in mezzo, non osare. Sono solo due anni, e comunque io andrei avanti con la mia vita, lo sai che lo farei. Dio Nadia potresti essere fortunata e rimanere lì oppure tornare qui da vincitrice, io sarei contenta lo stesso. E poi almeno una volta ti verrei a trovare»; «Su una sedia a rotelle?»; «Si, su una sedia a rotelle. Sai che posso fare tante cose? Sai che posso addirittura salire su un aereo? E lo farei, anzi lo farò alla prima occasione. Ho spesso bisogno di aiuto, te lo concedo, ma sono viva e vado avanti. A me sembra che quella che non cammina sia tu!». «Ora non essere ingiusta!» urlò Nadia, «non sono immobile, solo altruista. Scusami tanto se penso alle conseguenze di una mia partenza. Ho dei genitori e degli amici, ma sembra che a te non interessi!». Nancy si lasciò andare, stanca, sulla sua sedia. Da lontano vide suo padre venire verso di lei. Era venuto a prenderla, dovevano tornare a casa per poi andare all'università. Nancy non era un futuro ingegnere, non sentiva di avere il cervello di Nadia ma il design era la sua passione e non aveva rinunciato, al diavolo le difficoltà. «A me non sembri altruista, mi sembra solo che usi gli altri, tutti noi, come scusa per nascondere le tue paure. Ti saluto, ora devo andare». Si mise a correre con la sua sedia e raggiunse il padre. Il percorso in macchina fu silenzioso, sembrava che Nancy e suo padre avessero altro a cui pensare. Arrivati a casa la ragazza trovò la mamma ad aspettarla sulla porta, aveva una busta da lettere nelle mani. I genitori le comunicarono, con un misto di esitazione e gioia, che era arrivata quella mattina ed era indirizzata a lei.


Continua...

 


venerdì 15 maggio 2020

PRO E CONTRO


ELIZABETH STROUT – “Olive, ancora lei”

 

Elizabeth Strout riesce nell'impresa di scrivere un seguito all'altezza del primo romanzo “Olive Kitteridge”. Non era scontato. In Olive, ancora lei ritroviamo il famoso personaggio negli anni della sua maturità e poi della vecchiaia. Nuove battaglie dialettiche, nuove perdite, un nuovo amore, nuove sfide. Ma è sempre lei, riconoscibilissima con il suo spirito irriverente e disilluso.

 

Perché leggerlo

1.   Perché Olive Kitteridge è tornata e, per chi l’ha amata, dovrebbe essere sufficiente.

2.   Perché Elizabeth Strout riesce a costruire nuovi, piccoli scorci dell’animo umano che, per lei, non sembra avere segreti.

3.   Perché sono tredici piccoli gioielli questi racconti. Oltre ad Olive conosceremo altri personaggi e nessuno ci deluderà.

4.   Perché c’è tutta una vita in questo romanzo e Olive deve farci i conti. Sarà costretta ad affrontare nuove perdite e vecchie disillusioni e lo farà sempre con il suo modo di essere: franco, irriverente, ironico, fin troppo realista. La sincerità di Olive Kitteridge a volte spiazza i suoi interlocutori ma conquista sempre il lettore. Fantastica.

5.   Perché uno dei personaggi letterari più amati si mostra qui nella sua piena maturità. È sempre lei ma con diverse sfumature, diverse consapevolezze. Ma sempre con la stessa, ineguagliabile, impacciata difficoltà nel sintonizzarsi con le profonde verità degli altri.

 

Era indolenzito, come se avesse camminato molto più di quanto il suo fisico potesse sostenere, sentiva male da tutte le parti, e pensò: Ho l’anima indolenzita.

E capì che non bisognava mai prenderla alla leggera, la profonda solitudine della gente, che le scelte fatte per arginare quella voragine di buio esigevano molto rispetto…”

 

 

 

Perché non leggerlo

1.   Perché è ovviamente il seguito di un gran libro e pur essendo, a mio parere, straordinario non arriva alla perfezione del primo. Forse anche perché si è esaurito quell'effetto sorpresa che, nel conoscere per la prima volta Olive Kitteridge, è davvero travolgente.

2.   Perché è Olive Kitteridge, sempre lei. Più anziana, più disillusa, non più saggia e non meno disturbante e realista che mai. Se non vi è piaciuto il personaggio nel primo libro qui potreste addirittura odiarlo.

3.   Perché è un romanzo diviso in racconti, spesso anche molto distaccati tra loro. Se non vi piace il genere lasciate perdere.

4.   Perché, fondamentalmente, è una storia in cui in effetti succede poco e non ci sono colpi di scena. Non è quello l’importante ma se cercate i fuochi d’artificio e la bocca spalancata per lo stupore non è il libro che fa per voi.

5.   Perché in alcuni momenti è triste o, meglio, amaro. Se cercate letture leggere siete capitati male.

 

Per me:  DA LEGGERE SENZA DUBBIO


mercoledì 13 maggio 2020

RACCONTO - Prima Parte

LE ABITUDINI

 di Valeria Rago


 

 

A sinistra Castel dell’Ovo, a destra Posillipo, davanti gli scogli e poi lui…il mare. La giornata era grigia, un po’ buia e l’acqua sembrava irrequieta ma in realtà non comunicava alcuna minaccia. Le onde erano placide e il colore che si stendeva a perdita d’occhio era un blu intenso e scuro. Sul muretto di via Caracciolo Nadia e Nancy guardavano lo spettacolo della natura, sedute sempre nello stesso punto, in perfetto silenzio. La verità era che avrebbero dovuto sostenere una conversazione poco gradevole e allora è meglio ascoltare il rumore delle onde, nella speranza che il lavoro dell’acqua possa erodere anche le incomprensioni. Nadia appariva serena, distaccata mentre osservava il mare, mani sul muretto e gambe ciondoloni, l’impressione era che avesse appena preso la migliore delle decisioni e che non se ne sarebbe pentita. Nancy la guardava dal basso, non sapeva esattamente come comportarsi ma di certo non poteva stare zitta. Lanciava occhiate al mare e poi guardava di nuovo Nadia, agitata, mentre il lungomare dietro di loro era quasi deserto a quell'ora del mattino, tutto era talmente tranquillo che la ragazza avrebbe voluto urlare solo per riempire quel maledetto vuoto. Non poteva crederci, Nadia aveva rifiutato; le era capitata l’occasione forse più importante della sua vita e lei aveva detto no. Gesù. Nancy non era mai stata troppo fortunata, ma le poche occasioni che le erano capitate le aveva prese al volo. Ora avrebbe voluto parlare con l’amica, magari litigare, forse provare a farle cambiare idea, chissà, ma la guardava seduta su quel maledetto muro e pensava che non ne valesse la pena. Allora decise di capire, di indagare, fece un grosso respiro e guardò il mare con una tranquillità nuova, che non le era familiare. Per un attimo ebbe l’immagine di sé stessa che, in piedi su uno scoglio, si preparava con il cuore a mille: gambe unite, mani sollevate, un piegamento e poi a testa in giù nell'acqua fresca e accogliente. Aveva sempre avuto paura di tuffarsi ma non aveva mai resistito alla tentazione di farlo. Scacciò via quel ricordo con decisione, come si fa con le cose che tolgono certezze, era un’altra vita e un’altra Nancy, la malinconia non serviva proprio a niente. Sempre guardando il mare, come se si rivolgesse ai gabbiani, Nancy cominciò a parlare. «E così hai detto no. Beh scelta coraggiosa, devo ammetterlo. Però sono curiosa e anche un pochino confusa, insomma, tu fai quello che hai sempre desiderato, frequenti la facoltà di cui hai sempre parlato: ingegneria informatica. Wow! Io non so nemmeno di preciso cosa studi ma tu…tu si! Tu sei nel mondo che volevi e sei anche maledettamente brava. Cioè…ci sono persone che invidiano il tuo cervello e si farebbero in quattro per essere al tuo posto. No, non capisco. Ti hanno offerto una borsa di studio in America. U.S.A. hai presente? E te l’ha offerta il professore di cui parli costantemente, lo nomini talmente spesso da farmi credere, per un periodo, che tu ti fossi invaghita di lui. Una borsa di studio, porca…». Nancy guardò di nuovo il mare, doveva calmarsi e lo sapeva ma le mani non riuscivano a star ferme, e così le poggiò sulle gambe, nel gesto tipico di chi vorrebbe dire o fare qualcosa ma si impone di non fare assolutamente nulla. Guardò di nuovo Nadia, ancora immersa in una contemplazione silenziosa, e assunse un tono più conciliante: «Perché hai detto no? Davvero voglio sapere solo questo, perché hai detto no?».

Continua...


giovedì 7 maggio 2020

RACCONTO





Annù

di Valeria Rago

 

«Li hanno riaperti hai visto Annù? Stamattina ero così contento… pure di mettermi questa mascherina ero contento. Ma fa sudare Anna, qui fa già caldo che sembra estate. Tu te ne sei accorta? Aspetta che mi sistemo… mamma mia che mal di schiena!».

Gennaro, 80 anni, si guardò attorno per capire se ci fosse parecchia gente. I vialetti, però, erano quasi vuoti. Strano pensò, lui appena ne aveva avuto la possibilità era corso lì. Aprì piano piano il suo sgabello pieghevole e, con mille attenzioni, si sedette davanti ad Anna, sua moglie per quarant'anni.

«Ti sono mancato Annù? Tu si, tantissimo. Io non sapevo con chi parlare, a chi raccontare i fatti miei. Non vedo i nostri figli da due mesi ma hai saputo sì? Oggi mi possono venire a trovare. Hanno detto che vengono ma che dobbiamo mantenere le distanze. E vabbè che fa ho risposto io, pure da lontano vi voglio bene. Chissà come è diventata Anna, la piccolina. Io poi dal telefono non riuscivo a capire niente, non vedevo bene, chissà come sono cresciuti tutti. Già lo so che come li vedo mi metto a piangere e Tommaso… quel disgraziato… mi prenderà subito in giro. Sarà così… io mi commuovo solo se ci penso. Non vedo l’ora… ho comprato pure i cioccolatini e i biscotti, aspetta mo te li faccio vedere così poi mi dici se vanno bene per i bambini. Queste cose le sapevi tu mica io…».

Si chinò per recuperare la busta con la spesa e, dopo aver rovistato per qualche secondo, estrasse un pacco di biscotti e due tavolette di cioccolata.

«Che ne dici, vanno bene? Mi sono ricordato che quando vedevano questi biscotti facevano una festa. Speriamo. Ma poi che ne so io? Questi giovani cambiano idea ogni minuto e io non riesco a stargli appresso».

Improvvisamente si fermò con i biscotti ancora in mano, rimase immobile con la confezione a mezz'aria e un’aria corrucciata.

«Sei silenziosa Annù, non mi rispondi. Che è successo? Dopo due mesi non mi riconosci più? O sei arrabbiata con me? Eh… se sei arrabbiata forse ti posso pure capire».

Gennaro rimise i biscotti e il cioccolato nella busta che poi tornò a terra. Quasi a disagio tirò un profondo respiro girando attorno lo sguardo. Una signora con una mascherina grigia camminava piano con dei fiori bianchi in mano. Sembrava persa nei suoi pensieri e procedeva come in un sogno. Appena vide Gennaro, però, sembrò spaventarsi e si allontanò a passi rapidissimi. Erano tempi strani, la vicinanza non sembrava più essere una cosa bella. Gennaro si rivolse nuovamente a sua moglie.

«Sono vecchio Anna. Mi ci sento. Non c’entra nemmeno l’età, non per me almeno. Io mi sento vecchio… come ti devo dire nei pensieri, nelle idee. Nelle paure che non ho. Cioè… questo virus me l’ha proprio fatto capire. Io non ho paura della morte Annù, nemmeno un pochino mi capisci? Non me ne importa proprio. Ma si deve avere paura della morte penso io. È giusto. Ci sono i progetti futuri, le persone care, i bambini che vuoi vedere crescere. Ecco… mi sa che io non penso a quello che posso fare ancora, non mi viene di pensarci. Non ne ho voglia e non riesco proprio a immaginare come sarà dopo. Chi si è chiuso in casa, chi non dorme per la paura, ho letto certe storie. Vincenzo, te lo ricordi? L’amico mio ingegnere. Quello è andato in paranoia, disinfetta qualunque cosa… ma se stai chiuso in casa da solo da due mesi ma che disinfetti a fare tutti gli oggetti? Non lo so… quando mi chiama è capace di farmi venire l’angoscia pure a me. E io invece? Di norma sto bello tranquillo e sereno. Sono sempre andato io a fare la spesa lo sai? I nostri figli non lo sanno, quindi acqua in bocca eh! A loro ho detto che me la facevo portare a casa ma non era vero. Meno male che abitano tutti lontano da Torre Annunziata se no una volta o l’altra pure mi beccavano. Era bello invece. Con la scusa della spesa mi facevo pure una passeggiata, prendevo un poco d’aria. Non si poteva fare, lo so ma che vuoi io a stare sempre costretto in casa mi iniziava a mancare il respiro. Solo il coraggio di arrivare fino al mare mi è mancato… troppo lontano».

Si zittì per un attimo.

«Ma che è Annù non mi rispondi proprio? Sei così arrabbiata con me?».

Gennaro cominciò ad agitarsi e a gesticolare.

«Ma dimmi tu io che cosa dovevo fare? Dimmelo forza. Lo so, lo so… quando eri con noi sapevi sempre tutto tu. Mo pure dentro a questo cimitero mi devi far sentire in colpa? Eh no, non va bene così. Non è giusto. Io ho fatto quello che dovevo fare. Il mio compito era aiutarli e quello ho fatto».

A fatica si alzò dallo sgabello per aggiustare i fiori freschi che aveva appena messo vicino alla foto della moglie. Il senso di colpa che montava a poco a poco. Dentro sentiva una tempesta ma lui lo sapeva, ne era sicuro: se Anna fosse stata viva avrebbe risolto il problema senza fare quello che aveva fatto lui. E la tempesta diventava tormento.

«Lo sai che Carlo forse non riapre proprio? Il suo già era un negozietto minuscolo… una commessa teneva e l’ha già licenziata. I pianti che si è fatto a telefono. Aveva qualche piccolo debito, niente di irreparabile ma adesso non sa più come fare. Il fitto è troppo alto e lui ha deciso di non riaprire a meno di miracoli. E come provvede alla famiglia? E Diego? Sta in cassa integrazione lo sapevi? L’azienda nemmeno sa se lo riprende a lavorare… per ora non hanno ordinativi e tutti a casa. Così hanno detto. Voglio proprio vedere come si fanno a sfamare tre figli senza soldi. La moglie lo sai faceva qualche soldo andando nelle case a fare due servizi ma adesso sono due mesi che non prende un euro. Chissà quando le signore la chiameranno di nuovo. La gente ha paura di far entrare estranei in casa e che torto vuoi dargli? Di Sara non ne parliamo proprio, disoccupata era e disoccupata è rimasta. Mo dopo questo schifoso di virus quando la trova una fatica? Suo marito pure è in crisi…Il momento è nero Annù. Si fa qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. Non accetto rimproveri su questo».

Si chiuse in un mutismo rancoroso lanciando ogni tanto uno sguardo torvo alla tomba. Ma una lapide non fa sconti a nessuno. Se hai qualcosa che ti morde la coscienza non puoi aspettarti sollievo da qualcuno che ha perso la vita e occupa il proprio tempo a giudicare quella degli altri. Nel bel mezzo del cimitero di Torre Annunziata Gennaro cercava l’assoluzione da chi meno di tutti poteva dargliela. E così cedette.

«E va bene Annù, hai ragione tu. Come al solito. Io lo so che non lo dovevo fare, ma stare a guardare soltanto… non mi pareva giusto. E poi se le mani se le sporcavano loro che succedeva? A questo non pensi? Loro sono giovani, tengono famiglia, figli piccoli. No, no altre soluzioni non c’erano. Ho fatto tutto per bene. E poi Anna mi hanno pagato pure troppo per quello che ho fatto. Che cosa ho fatto in fondo... ho consegnato pacchetti, con la scusa della spesa per me consegnavo pacchi e buste ad altri. Questo ho fatto Anna che ti credi. Che c’era nei pacchi? Bella domanda. E chi lo sa? E nemmeno voglio saperlo. Non mi interessa. Io so solo che mi hanno pagato… tanto mi hanno pagato… e io mo posso aiutare i figli nostri. Ti fa schifo? Dillo se hai il coraggio!», urlò improvvisamente con tutta la rabbia di cui era capace. Un ragazzo poco lontano si girò di scatto e Gennaro vide che aveva pianto. Non era quello il luogo per scaricarsi la coscienza. Quasi accasciandosi sullo sgabello riprese a parlare, con un filo di voce. Solo il potente udito di Anna poteva cogliere le sue parole.

«Fa schifo pure a me Annù. Fa schifo pure a me. Adesso ho i soldi ma non li ho ancora dati ai ragazzi. Devo prima inventarmi qualcosa per giustificarli. Mica è una cosa facile! Però Anna tu non sai tutto. Io i figli nostri li ho sistemati proprio bene! Avranno altri soldi. Sapessi che idea ho avuto». Gennaro si illuminò tutto, sembrava quasi febbrile nel parlare.

«La casa nostra a loro deve andare no? Però devono aspettare per avere i soldi. E che devono aspettare Annù? La mia morte mi pare ovvio. Ma io non muoio Anna, non adesso. Non mi sento che succederà presto. Che vuoi fare io così penso. E i figli nostri mica possono aspettare i comodi della mia fine no? Ecco. L’ho fatta valutare. La casa dico, la nostra casa. E pure ha il suo valore… però ho pensato che potrebbero pure fittarla e avere una rendita mensile. La posizione è buona, un poco di soldi al mese li possono chiedere. Si è la soluzione migliore per tutti. Io lascio la casa e loro ne fanno quello che vogliono. Questo pensiero mi fa sentire contento. A che mi serve quella casa? A niente. Ho messo tutto a posto Annù. Eh ma adesso me ne devo andare, scusami se sono rimasto poco ma tanto più di mezz'ora non fanno stare con queste nuove regole. Comunque devo pure mettere un poco in ordine prima dell’arrivo dei nipoti no? Sono emozionato guarda qua non riesco nemmeno a piegare sto sgabello. Mi tremano le mani. Io me ne vado allora. Se posso ci vediamo domani. Ciao Annù».

Gennaro iniziò ad allontanarsi piano ma poi si voltò di scatto, richiamato da qualcosa che aveva sentito solo lui.

«Che hai detto Anna? Lascio la casa e dove vado ad abitare? Non te l’ho detto? Ma come non mi hai sentito? Te lo ripeto. Mi sento vecchio, forse pure un poco stanco. Questa cosa che ho fatto… i pacchetti… diciamo che non sono contento ecco. E poi Annù la verità è che magari tra un anno o due avrò io bisogno di assistenza

mercoledì 29 aprile 2020

PRO E CONTRO - I LEONI DI SICILIA

I Leoni di Sicilia

Stefania Auci




Conoscevo la famiglia Florio solo vagamente. Grazie a questo libro ho scoperto una dinastia di industriali che ha segnato la storia della Sicilia per diverse generazioni.

Paolo e Ignazio Florio si trasferiscono da Bagnara Calabra a Palermo per espandere la loro attività di vendita delle spezie. Paolo costringe la moglie Giuseppina, con il piccolo Vincenzo, a lasciare il tranquillo paese natio per trascinarla in una città che lei vede enorme, sporca, caotica e in cui si sente sola. Non perdonerà mai veramente il marito per questo. Ma è proprio da Palermo che parte il successo dei Florio: Paolo e Ignazio trasformano la loro aromateria   in un punto di riferimento per tutta la città. Alla morte di Paolo sarà Ignazio a proseguire l'attività per poi lasciarla nelle mani del nipote. Vincenzo Florio rappresenta la nuova generazione: è freddo, sicuro di sé, determinato, guidato da un notevole fiuto per gli affari e le novità vincenti. Nessun ostacolo è insormontabile per lui e solo i sentimenti sembrano rimanere fuori dalla sua vita. Fino all'arrivo di Giulia, più forte e testarda di lui. 

Stefania Auci trasforma una saga familiare in un romanzo avvincente e difficile da lasciar andare via una volta terminato. Pagine in cui la durezza di alcuni personaggi si mescola meravigliosamente con la poesia dei sentimenti e la bellezza dei paesaggi siciliani. 

"Cannella, pepe, cumino, anice, coriandolo, zafferano, sommacco, cassia...
No, non servono solo per cucinare, le spezie. Sono farmaci, sono cosmetici, sono veleni, sono profumi e memorie di terre lontane che in pochi hanno visto".

PRO
  • Perfetto per chi ama le saghe familiari o strizza l'occhio ai romanzi storici. Le vicende narrate, infatti, si svolgono sullo sfondo di un periodo turbolento per la storia d'Italia: dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia.
  • Libro adatto quando si desidera immergersi totalmente nella lettura, dimenticandosi della realtà circostante. La vita dei Florio terrà impegnata la mente e stuzzicherà di continuo la curiosità. 
  • Se amate i romanzi di ampio respiro che racchiudono in sé diversi generi allora non c'è ombra di dubbio: dovete leggerlo.
  • Da leggere se amate trovare nei libri personaggi ben tratteggiati e che catturano l'attenzione. Su tutti Ignazio, piuttosto timido e più pacato del fratello, suscita empatia con la sua eterna devozione ad un amore impossibile. 
  • Merita di essere letto anche solo per il meraviglioso personaggio di Giulia. Ammetto di non capirla fino in fondo, di non condividerne tutte le scelte ma l'autrice ci presenta una donna eccezionale. Forte, tenace, innamorata di un uomo e fedele a quell'amore senza dubbi e contro ogni evidenza. Lotta con i denti per quello che desidera e alla fine lo ottiene. A suo modo una spregiudicata femminista. 
CONTRO
Sono in difficoltà, ma...
  • Se non ti piacciono le divagazioni storiche lascia perdere.
  • Non leggerlo se non riesci a digerire personaggi principali che hanno più ombre che luci. Con alcuni protagonisti è difficile entrare in sintonia. 
  • Assolutamente da non leggere se si vuole conoscere da subito come prosegue la storia della dinastia Florio. Il libro è in sé finito ma il seguito delle vicende di famiglia dovrebbe essere già in cantiere. 



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